Cosa ci perdiamo nelle videochiamate?

ANALISI – IL CONFRONTO TRA CONVERSAZIONI E RIUNIONI REALI E VIRTUALI, GLI ASPETTI DA TENERE PRESENTE

In questi mesi di impossibilità di rapporti «dal vivo», abbiamo scoperto come mezzo di relazione le videoconferenze. Zoom, Hangouts, sono decine le piattaforme che ci stanno permettendo di riunirci, seppur virtualmente, permettendoci di portare avanti (forse a volte anche in maniera bulimica) qualsiasi tipo di attività sociale e renderla quanto più possibile vicina alle modalità «offline» con cui siamo abituati a viverle.

Apparentemente ci sembra una replica di ciò che già viviamo normalmente, ma è proprio così? Gli organi di senso sono lo strumento principale con cui ci mettiamo in relazione con l’altro. Filtrando la percezione che abbiamo del mondo, infatti, rendendo la nostra vita relazionale non concepibile senza di loro. Fruendo le nostre relazioni attraverso uno schermo e una connessione digitale, però sacrifichiamo parte di questa percezione, anche se il fatto di poter sentire e vedere gli altri ci dà la sensazione di poter in parte recuperare. Ed in fondo è così, ma sicuramente qualcosa si “perde”, nel passaggio attraverso lo schermo. Pensiamo ad esempio ad una videochiamata: a volte l’audio arriva in ritardo, così ci si parla uno sopra l’altro, se non ci si ricorda che non si possono usare i tempi che siamo abituati ad utilizzare in presenza. Oppure l’audio si sente a scatti, facendoci perdere parole, o si creano molti spazi di silenzio in cui chi riceve il messaggio sta in realtà aspettando che tutto il messaggio arrivi a destinazione. La stessa cosa succede nella dimensione della vista, perché spesso non sappiamo dove guardare: se io voglio far vedere all’altro che lo sto guardando, devo fissare la webcam. Ma se fisso la webcam, perdo il mio contatto visivo con l’altro. Se invece fisso l’altro sullo schermo, avrà la sensazione che stiamo guardando il suo busto e non riuscirà a percepire il contatto visivo. Così, per quanto ci «vediamo» davanti ad una telecamera diventa difficile percepire il contatto visivo, quel guardarsi negli occhi che nella relazione «offline» a volte riesce ad esprimere senza tante parole. Nella videochiamate numerose diventa difficile mantenere lo sguardo sul quadrato di chi parla, e forte è la tentazione di guardare il nostro oppure di fare altro. Certo, alcune sono situazioni in cui si troviamo anche nella dimensione offline, ma il digitale, rispondendo ad una sua intrinseca vocazione, amplifica e rende tutto più visibile. E alla fine della videochiamata, ecco quei 10 secondi di «vuoto»: un misto di solitudine e sospensione nel prendere consapevolezza che quel momento relazionale «è finito». Abbandonare la relazione con un click ci fa vivere il distacco in maniera molto più netta e veloce rispetto alla dimensione offline.

Le nostre relazioni digitali sono poi anche terreno di sviluppo di nuovi valori simbolici della percezione di sé. Si, perché attraverso una webcam permettiamo agli altri di entrare dentro al nostro spazio vitale quotidiano. Così tutto parla di noi: lo sfondo, i movimenti delle nostre mani, anche il nostro abbigliamento. Nelle videoconferenze racchiudiamo la nostra dimensione sociale dentro ad un rettangolo che diventa il luogo privilegiato del racconto che facciamo di noi. Così, in assenza delle altre dimensioni, il linguaggio visivo assume il ruolo di protagonista indiscusso e il nostro essere in questa unica realtà relazionale fa collassare la differenza tra reale e virtuale incorporando dentro di sé tutto il resto. Diventiamo infosfera. L’aspetto visivo diventa lo strumento, il mezzo attraverso cui passa il messaggio, e questo fa sì che diventi importante curare come mostrarci. E queste forzate relazioni, attraverso il digitale, ci possono aiutare a comprendere come vivere dentro all’infosfera, che ci pone dentro ad una dinamica nella quale ogni azione, tutto ciò che gli altri vedono di noi, è un messaggio e simbolo che aiuta alla costruzione del giudizio degli altri su di noi.

Daniela BAUDINO
Docente ITC Rosselli – Genova

Qui il pezzo originale e gli altri contributi

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