Smartworking opportunità da «studiare»

Smart rimanda a rapido, abile, veloce, attivo, brillante, alla moda, ma i racconti, i meme e i video dedicati al tema, che hanno ormai invaso la rete, illustrano, spesso con ironia, una realtà diversa fatta di difficoltà e fatica.

A partire dalla crisi del petrolio, le potenzialità del lavoro da remoto vengono inventariate da studiosi e professionisti: migliore qualità del lavoro, più soddisfazione e benessere, meno stress, più equilibrio lavoro-vita, meno traffico e inquinamento, risparmi e competitività, inclusione. Lo sviluppo dell’Ict ha contribuito a moltiplicare le esperienze di lavoro da remoto, considerato anche un fattore di mitigazione dei rischi connessi a epidemie e catastrofi. Studi internazionali hanno confermato che il lavoro da remoto si associa a minore stress quando le persone hanno elevati livelli di autonomia e sono capaci di gestire il tempo. E, secondo la valutazione del responsabile, gli effetti sulla prestazione sono confermati. La soddisfazione migliora ma dipende molto dal rapporto con «il capo» e, senza supporto sociale, oltre un certo numero di giorni di lavoro a distanza a settimana (2,5 circa), l’isolamento peggiora i vissuti. Altre conseguenze negative analizzate sono l’aumento incontrollato delle ore di lavoro o, per contro, l’eccessiva interferenza di problemi familiari ma anche le penalizzazioni retributive e di carriera. Gli effetti sulla conciliazione sono dubbi: si riducono i tempi di viaggio ma il conflitto tra lavoro e famiglia non migliora.

L’inevitabile perdita di separazione tra questi due domini è resa anche più problematica dall’elevato uso delle tecnologie e lo sbilanciamento sul lavoro, con il controllo compulsivo di messaggi ed e-mail, prevale soprattutto quando le organizzazioni fanno pressione sulla risposta in tempi rapidi (telepressure). Staccare è impossibile: il benessere può peggiorare e, nel medio-lungo periodo, senza correttivi, anche la prestazione. E in Italia? I dati sono generalmente positivi. Per esempio, al termine di una sperimentazione che ha coinvolto circa 200 persone in una pubblica amministrazione, la soddisfazione generale per il lavoro da remoto ha registrato una valutazione altissima, circa 9 su 10. Nonostante un lieve aumento nell’uso delle tecnologie per scopi lavorativi, i livelli di recupero (distacco psico- logico e rilassamento) sono migliorati grazie al supporto delle/dei responsabili, che, dal canto loro, valutando il lavoro «agile» di collaboratri- ci e collaboratori, hanno evidenziato soprattutto i benefici in termini di benessere, disponibilità e qualità del lavoro. Meno del 15% delle/i responsabili ha valutato negativamente l’esperienza e chi ha sperimentato in prima persona ha riportato un aumento delle capacità manageriali connesse alla sfida di gestire da remoto persone a loro volta in remoto, fino a 4 giorni al mese.

E ora, in piena emergenza Covid19? Dal 6 marzo il numero di persone in lavoro agile, in Italia, è inizialmente duplicato per poi crescere esponenzialmente. In questi giorni la ministra della funzione pubblica in un tweet ha riportato il dato del 68% di personale agile nelle Pubbliche Amministrazioni italiane. Ma l’emergenza epidemica mette in luce molti punti di attenzione: le persone vivono più frequentemente emozioni negative, sintomi di stress post-traumatico, confusione, frustrazione, paura, noia e rabbia che possono influenzare il lavoro; le organizzazioni e le persone si trovano «improvvisamente agili», spesso senza formazione e senza aver avuto il tempo di adeguare gli strumenti tecnologici; si lavora in remoto 5 giorni su 5 (in condizioni normali sono pochi giorni al mese); anche «il resto della famiglia» è a casa, l’ambiente è condiviso così come le tecnologie e la «banda» (non quella che suonava sul balcone alle 18); l’uso delle tecnologie Ict è pervasivo, si sovrappongono gli ambienti virtuali, si usano app per lavorare, studiare, stare in contatto con parenti e amici, fare sport indoor e distrarsi: aumenta così il rischio da technostress; le disuguaglianze (di competenze digitali e soft, di mezzi e di spazi di lavoro e vita) si esasperano e le differenze di genere meritano specifica attenzione. Abbiamo lanciato uno studio e avremo qualche primo dato che torneremo a raccontare su FRidA, Il Forum della Ricerca di Ateneo, per contribuire a dare valore alla realtà dello smartworking che riteniamo una grande opportunità: la nostra ricerca mira a trattarlo in modo consapevole e con attenzione per i rischi e per le implicazioni organizzative.

Chiara GHISLIERI
Docente Università degli Studi di Torino

Qui il pezzo originale e gli altri contributi

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