Quando una notifica ‘sostituisce’ la laurea…

«Dindin»: sembra il campanello di un postino di altri tempi, invece è la notifica dell’arrivo di una nuova e-mail sul mio smartphone. Ecco, così mi sono laureato ai tempi del Coronavirus: un «dindin», un’emozione di una frazione di secondo scorrendo contro un freddo schermo, gli abbracci di qualche amico seduto per caso a quel tavolo con me e si riprende la riunione di prima per organizzare gli approvvigionamenti per il campo scout imminente.

Con la sospensione di tutte le attività in presenza a causa dell’emergenza sanitaria, ancora in estate inoltrata, anche le lauree di luglio non sono potute avvenire tra persone in carne ed ossa. Cancellato, o almeno sospeso, quel rituale così semplice, per niente esaltante per la verità, come tutti i rituali che si tramandano sempre uguali di generazione in generazione di studenti ansiosi su quella poltroncina al centro dell’attenzione e professori dietro montagne di tesi sulla cattedra.

Forse nel presentare con ansia la propria tesi lo studente trova un senso allo studio degli ultimi tre anni. Forse in quella formula solenne, anche se pronunciata in maniera routinaria da un Presidente alla fine di una giornata, si perpetua la trasmissione del sapere. I linguisti li chiamano «verbi performativi»: per una delle ultime magie del mondo moderno, basta che il Presidente pronunci «la proclamo dottore in…» perché in un istante una persona si trasformi da studente in dottore. Sorprendente, no?

Ecco, cosa capita se invece di poltroncine, ansia, discorsi e magie linguistiche c’è un «dindin»? In questo caso forse più che di laurea sarebbe opportuno il linguaggio tecnico della piattaforma universitaria online «chiusura della carriera universitaria».

Che poi la sostanza è proprio la stessa e la pergamena da appendere nella cameretta sarà proprio la stessa e il titolo sul curriculum sarà proprio lo stesso e quello che ho appreso in questi anni è proprio lo stesso. Il punto, forse, è che a volte non basta la sostanza, serve anche la forma e non è proprio lo stesso un «dindin» o una persona in carne ed ossa.

Simone GARBERO

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